Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è una poesia di Giacomo Leopardi composta a Recanati tra il 1829 e il 1830.Il poeta, nelle vesti di un pastore, interroga la luna sulla condizione umana, e sul suo incarico di governare il gregge, che non è a conoscenza del dolore dell’esistenza, in quanto di natura animale; il pastore interroga ancora la luna, senza ricevere risposta; sogna di viaggiare, di volare via dal mondo, ma non può, e così conclude che è tragico l’essere nati. Il canto, composto a Recanati tra il 23 ottobre 1829 e l’8 aprile 1830, appartiene al cosiddetto ciclo pisano-recanatese e fu pubblicato nel 1831, nell’edizione fiorentina dei Canti. L’idea di questo componimento derivò a Leopardi dalla lettura di una cronaca di viaggio apparsa nel 1826 sul Journal des Savants, intitolata Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820, nella quale si raccontava della missione politica e culturale compiuta dal barone russo Egor K. Mejendorf (1795-1863) nelle steppe dell’Asia. Il passo che più colpì Giacomo fu quello in cui erano descritte le abitudini dei pastori kirghisi, soliti intonare canti alla Luna durante le ore del riposo notturno. Lo stesso Leopardi il 3 ottobre 1828 annotò quest’informazione nello Zibaldone, dove leggiamo:
(francese)
«Les Kirkis ont aussi des chants historiques qui rappellent les hauts faits de leurs héros; mais ceux-là ne sont récités que par des chanteurs de profession, et M. de Meyendorff (barone, viaggiatore russo, autore d’un Voyage d’Orenbourg à Boukhara, fait en 1820. Paris 1826; dal quale sono estratte queste notizie) eut le regret de ne pouvoir en entendre un seul. Ib. septemb. p.518. Plusieurs d’entre eux (d’entre les Kirkis), dice M. de Meyendorff, ib., passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins»
(italiano)
«I kirkisi (nazione nomade, al Nord dell’Asia centrale), hanno anche dei canti storici (non scritti) che richiamano alla memoria le grandi imprese dei loro eroi; ma quelli sono recitati soltanto da cantori di professione, e M. de Meyendorff (barone viaggiatore russo, autore d’un viaggio da Orenbourg a Boukara, fatto nel 1820, Parigi 1826 dal quale sono estratte queste notizie) ebbe il dispiacere di non averne potuto ascoltare uno solo. Ib.septemb. p.518. Molti di questi (dei Kirkisi), dice M.de Meyendorff, ib., trascorrono la notte seduti su un masso a guardare la luna, e a improvvisare parole assai tristi su delle arie le quali non lo sono di meno».
Il canto si apre con il pastore kirghiso che rivolge delle domande retoriche alla luna, muta e preziosa confidente delle sue angosce, rivelandole i propri dubbi sul senso della vita. Contemplando la ricorrenza, pressoché eterna, del moto lunare, il pastore effettua un parallelismo tra la sua vita e il viaggio notturno dell’astro (vv. 9-10: «Somiglia alla tua vita / la vita del pastore»): così come la luna compie ogni sera il suo percorso nel firmamento, anche il pastore percorre gli stessi campi ogni giorno, guardando le cose meccanicamente, senza nessun interesse. Non riuscendo a dare un senso alla propria esistenza, il pastore mette in dubbio la sostanza dello stesso universo (vv. 16-18: «Dimmi, o luna: a che vale / al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi?»): sia la vita umana che il cosmo, infatti, sembrano essere sprovvisti di un significato e di un senso.

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi (Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi; Recanati, 29 giugno 1798– Napoli, 14 giugno 1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore e filologo italiano. È ritenuto tra i maggiori poeti italiani dell’Ottocento e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché uno dei principali esponenti del romanticismo letterario, sebbene abbia sempre criticato la corrente romantica di cui rifiutò quello che definiva “l’arido vero”, ritenendosi vicino al classicismo. La profondità della sua riflessione sull’esistenza e sulla condizione umana — di ispirazione sensista e materialista — ne fa anche un filosofo di spessore. La qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca. Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell’antichità greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto, Luciano e altri, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialistiche, derivate principalmente dall’Illuminismo, ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico e poetico, si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d’Holbach, Pietro Verri e Condillac, a cui egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva. Morì nel 1837 poco prima di compiere 39 anni, di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di colera di Napoli. Il dibattito sull’opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta del Novecento, ha portato gli esegeti ad approfondire l’analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Blaise Pascal, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell’esistenzialismo.
